WEB TAX E CONCORRENZA SLEALE


L’introduzione a partire dal 1° luglio 2014 della cosiddetta Web Tax ripropone a tutti noi con vigore il tema della governabilità della globalizzazione. Il World Wide Web per definizione non conosce alcuna frontiera se non quella linguistica: imporre ai venditori di spazi pubblicitari l’apertura di una partita Iva in Italia, significa evitare che per l’erogazione di tali servizi i venditori con sede all’estero riescano ad eludere completamente il fisco italiano.

Si tratta del primo tentativo di governare la globalizzazione, evitando il sorgere di una concorrenza sleale da parte delle società con sede effettiva o fittizia in Stati con regimi fiscali favorevoli a danno delle società con sede nel territorio italiano.

E’ importante notare che tale concorrenza sleale non è limitata al mondo della pubblicità, ma si concretizza ogni giorno nella produzione e vendita di beni e servizi via internet o in forma tradizionale: Amazon ad esempio vende libri e merci a prezzi sottocosto rispetto le imprese italiane perché ha posto la sua sede legale e di spedizione in Lussemburgo, godendo così di un extragettito dettato dalle imposte non versate rispetto le aziende italiane; vi sono poi gli innumerevoli e mai governati casi di concorrenza sleale a danno delle imprese italiane con sede nel territorio nazionale (soprattutto quelle piccole o medie) a causa della triangolazione, ovvero imprese che fanno produrre in Paesi con costi della mano d’opera sotto la soglia di sopravvivenza per operai e impiegati e stabiliscono la loro sede legale e di fittizia spedizione in paradisi fiscali, guadagnandosi così due extragettiti dati dai minori costi di produzione e dalla eluzione delle imposte rispetto ad una impresa italiana.
In Cina il salario minimo legale è di 174,60 euro mensili, mentre quello di sopravvivenza per condurre una vita dignitosa – cosiddetto living wage - dovrebbe essere di 376,07 euro, il che significa che il pagamento reale è pari al 46% quello che dovrebbe essere, il resto è sfruttamento legalizzato. In India percepiscono 51,70 euro invece di 195,30 euro. In Indonesia 82,14 euro invece di 266,85. In Malasya 196,06 invece di 361,21. E così via…

I paradisi fiscali, è bene ricordarlo, non sono solo le Isole Cayman o Panama, ma esistono addirittura all’interno dell’Unione Europea, ad iniziare dal Lussemburgo.

Come fare per evitare che le piccole e medie imprese italiane subiscano la concorrenza sleale di colossi che sfruttano lavoratori e paradisi fiscali?
Innanzitutto il governo italiano dovrebbe stabilire una soglia minima di tassazione per le tutte le imprese che vendano beni o servizi in Italia, fissando per ogni Stato e paradiso fiscale la quota necessaria di tassazione da far versare alla impresa con sede all’estero per il raggiungimento della suddetta soglia (praticamente una impresa francese pagherà poco o nulla in Italia perché versa già le tasse in Francia che ha un regime fiscale simile al nostro, mentre una impresa con sede a Montecarlo si troverà a pagare una cifra cospicua perché nel paradiso fiscale paga poco o nulla a fronte di una ricchezza derivante dalle vendite in Italia). Sarebbe un primo tentativo di limitare la concorrenza sleale e di allargare la soglia dei contribuenti per l’erogazione dei servizi statali, con l’obiettivo derivante dall’extragettito di abbassare le imposte che gravano sulle piccole e medie imprese italiane.

Per le norme contrattuali e salariali invece la strada è più difficoltosa, perché occorre demandare ad un organismo sovranazionale il potere di stabilire e imporre la soglia minima di sopravvivenza per condurre una vita dignitosa in ogni Stato, con l’obiettivo di eliminare lo sfruttamento da parte delle imprese e di lasciare sul mercato solo le aziende meglio strutturate.
Impossibile? Assolutamente no. Governare la globalizzazione è difficile, ma se vi è la volontà politica è possibile farlo.

Daniele Marchiò
Presidente CNA Comunicazione Como