Sommersi e salvati

Le vacanze sono finite. 
Bentornati alla consueta, complicata realtà.

La crisi economica che ci accompagna dal 2008 è riconosciuta, infine anche dai nostri rappresentanti politici, come la più grave crisi economica e finanziaria mondiale che per dimensione, complessità e globalità supera quella del 1929. 
Tuttavia chiunque di noi si trovi a camminare nel centro delle città Europee, in particolare quelle di maggiori dimensioni, troverà locali pieni, bar e ristoranti affollati, alberghi costosi, aeroporti brulicanti, insomma, farà fatica a riconoscere immediatamente i sintomi della crisi economica.  Questo fatto, come sappiamo, ha dato destro alla classe politica di cercare di nascondere per lungo tempo la realtà pesante e drammatica della crisi, enfatizzando alcuni aspetti della realtà e glissando su tutti gli altri. I motivi oggettivi sono vari. La crisi in Europa colpisce un tessuto sociale “ricco” che ha accumulato benessere per decenni o, in certi casi, secoli, e ciò consente di consumare patrimoni generati nel passato o consente alle famiglie, ai singoli ed anche ai governi di indebitarsi, ovvero di mantenere un tenore di vita e di consumi più elevato rispetto alla ricchezza realmente prodotta trasferendone i costi agli anni o alle generazioni future.

La crisi, inoltre, non è distribuita nel tessuto sociale in modo uniforme, alcune aree sono duramente colpite e s'impoveriscono, altre mantengono il loro benessere altre ancora lo incrementano.  Ciò non dipende dal fatto di essere un lavoratore dipendente, un professionista o un commerciante ma dal suo posizionamento nel contesto sociale.

I gruppi che non hanno concorrenza non hanno problemi e stanno benissimo.

Limitandoci all'Italia consideriamo, ad esempio, il settore delle assicurazioni e delle società che gestiscono le autostrade, dove i gruppi imprenditoriali sono pochi o pochissimi e agiscono sostanzialmente in regime di oligopolio, rivolgendosi prevalentemente al mercato domestico in modo protetto. Un lavoratore che sia dipendente o dirigente di queste aziende difficilmente vedrà messo in discussione il proprio posto di lavoro e quindi il suo stipendio e la sua carriera sono sostanzialmente assicurati. 
Un'altra persona, con la medesima preparazione, che lavora in una piccola o media azienda del settore industriale, esposta alla concorrenza internazionale, è soggetta, invece, alla cassa integrazione, alla perdita del posto di lavoro, alle difficoltà di pagamento della retribuzione. Nel caso dovesse perdere il posto di lavoro, difficilmente ne troverebbe un altro e sarebbe totalmente nelle mani dei sistemi di assistenza al reddito. Potrebbero essere due vicini di casa, ma il primo lavoratore continuerebbe con le proprie abitudini ed i propri consumi, spese, vacanze, investimenti; il secondo, nel migliore dei casi, fermerebbe prudenzialmente ogni spesa non essenziale e nel peggiore potrebbe trovarsi in pochi mesi sulla soglia della povertà.
Il contrasto è ancora più violento se si prendono in considerazione, da un lato, le aziende a partecipazione pubblica e, dall'altro, il sistema aziendale privato che opera sui mercati aperti. Le prime, collegate al mondo della politica e finalizzate alla fornitura di servizi - pensiamo ad esempio ai rifiuti, all'acqua o all'energia elettrica - vivono completamente al riparo dalla concorrenza dei mercati interni ed esteri in un regime di “formale concorrenza”, ma, in realtà, oligopolistico o monopolistico. Queste aziende sono in condizione di ribaltare totalmente i propri costi, ed anche le proprie inefficienze, sulla clientela; i dipendenti ed i dirigenti si trovano quindi in una situazione di “totale privilegio” rispetto ai loro colleghi del mondo della produzione, del commercio e dei servizi privato che operano sui “mercati aperti”.

Le imprese che operano in un contesto internazionale devono necessariamente essere competitive.

Tuttavia il “Sistema Italia” si trova e agisce nel contesto dell'economia di mercato internazionale che è globale ed aperto: la ricchezza del Paese dipende quindi dal rapporto competitivo interno ed esterno con tutte le altre economie mondiali. Se vendiamo sui mercati esterni i nostri prodotti con un margine di guadagno il sistema si arricchisce. Se invece compriamo prodotti che provengono dall’estero trasferiamo ricchezza altrove. Se produciamo servizi interni (energia, servizi ecologici, assicurazioni ecc...) in modo più efficiente e a minor costo rispetto ad altri competitori, il nostro sistema sarebbe più efficiente e si arricchirebbe. Se gli altri lo fanno meglio, noi certamente ci impoveriamo.
Si intravede un paradosso: in Italia i “salvati” dalla crisi sono non sono premiati dall'efficienza, i “sommersi” sono quelli che pur essendo efficienti devono lottare quotidianamente per la propria sopravvivenza.
Negli ultimi decenni il potere politico ha, da un lato, formalmente asserito i principi liberistici del “libero mercato” e ridotto il “capitalismo di stato”, da un altro lato, ha sistematicamente colonizzato quasi tutti i settori del mercato interno tramite il sistema delle aziende partecipate o tramite i legami territoriali tra i partiti ed ampi settori economici come le banche, le assicurazioni, le aziende della difesa.
In buona sostanza il nostro Sistema protegge e difende chi è “salvo” e al riparo dalla competizione e non agisce affatto per salvaguardare, anzi lascia che venga “sommersa”, quella parte di economia che produce ed accumula ricchezza nazionale.
Tuttavia, in una economia globale, la produzione della ricchezza di una nazione dipende proprio dall'efficienza e dalla competizione sui mercati mondiali, mentre i sistemi “interni” possono solo concorre a distribuire la ricchezza, ma solo fornendo servizi efficienti.

Bisogna certamente risanare il debito pubblico ma occorrono anche politiche industriali che favoriscano le imprese che generano lavoro, regole certe, abbattere la burocrazia, e una pressione fiscale sopportabile. 

Tutti i governi che si sono succeduti dall'inizio della crisi hanno focalizzato le proprie attenzioni sui macro problemi come il debito pubblico e lo spread ma, fedeli al principio della auto regolamentazione del libero mercato, non hanno sviluppato alcuna politica industriale. Tuttavia il problema cruciale che si pone è: nello stato di alto debito pubblico, alta pressione fiscale, (in)efficienza dei servizi interni, inefficienza e gravame burocratico può il sistema industriale uscire autonomamente dalla crisi? Da quello che si vede nel quotidiano, la risposta sembra negativa e il paradosso produce i suoi effetti: le aziende che operano sul mercato aperto e che dovrebbero creare ricchezza soccombono, le imprese che invece operano sul mercato protetto prosperano e non sono svantaggiate per le loro inefficienze.
Qualunque persona di buon senso capisce, se così dovesse continuare, quale sarà l'evoluzione del Sistema Italia. Progressivamente il benessere accumulato diminuirà, gli strati modestamente abbienti della popolazione saranno spinti verso il basso e sotto la soglia della povertà. Chi potrà difendere i propri privilegi ed i possessori di grandi patrimoni avrà invece il tempo e la possibilità di portarli in paesi diversi ed in crescita.

Se non si cambia – e non rimane molto tempo – molti saranno i sommersi, pochi saranno i salvati.

Fabio Massimo
Presidente Unione Comunicazione e Terziario Avanzato – CNA Lombardia
Presidente CNA ICT

Settembre 2014